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Benjamin Clementine live Bologna

Qualità e una spontanea umanità. Clementine è a suo modo un situazionista, sa improvvisare sul luogo in cui si trova

Estragon club, Bologna, 22 marzo. Benjamin Clementine stasera presenterà alcune tracce del suo quarto album “Sir Introvert and the Featherweights”, inizialmente dichiarato in uscita il 14 febbraio ma che tutt’ora risulta non pubblicato in quello che sembra essere il suo tour di addio alla musica. Un’introduzione che ha del mistero a un altrettanto misterioso personaggio, sia per le sue note biografiche che per le sue pubblicazioni, considerando che la sua unica uscita del 2025 è stato l’ep digitale “Tempus fugit” contenente anche alcune vecchie canzoni; abbiamo a che fare con un tour che promuove un album ancora fantasma. Nel momento in cui vi scrivo, quindi, i titoli delle prime canzoni sono prese dalla scaletta sul palco e quindi potrebbero variare nell’uscita del disco stesso. Essendo ancora inediti, non possiamo sapere gli ufficiali titoli definitivi.

Ma renditi conto. Mi ha chiesto uno sgabello e gliene ho portato uno nero. E lui, no, non andava bene, mi ha detto che ne voleva uno bianco! Sono poggiato su una transenna e sento un tecnico che si sfoga con un tipo di fianco a me su questa precisa richiesta della star di stasera. Il tecnico va via che borbotta ancora. Sembrerebbe un capriccio da rockstar. Poteva andare peggio, Benjamin, poteva averne una fuxia. Scopro in seguito dalla nostra fotografa, che era sotto il palco, che il pianoforte era totalmente coperto di scotch bianco. Sul palco ci sono piume bianche dentro dei vasi. Altri elementi rigorosamente bianchi, neri, bianchi, neri.

Poi arriva lui. Tra fumogeni e buio. Elegante, tutto vestito di velluto nero. Una bella e snella presenza che di recente abbiamo visto anche su “Dune 2”. Ho fatto delle ricerche su di lui, sul web. La domanda che appare più frequentemente sui motori di ricerca è se Benjamin Clementine sia sposato. Viene accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Ripenso alla domanda su Google.  Certo, ci sono tante storie su di lui. Vagabondo, senza tetto a Londra, scoperto da un manager a Parigi. C’è una narrazione quasi leggendaria sul suo conto, direi anche misteriosa. Che altro? Non ama le sedie nere. Le vuole bianche.

Il personaggio c’è. Inizia la performance. Sopra una leggero accenno di basi, in maniera molto scarna, Clementine attacca con un brano che su scaletta risulta chiamarsi “Damn Abraham”. Si inginocchia quasi, cerca intimità con il pubblico, usa il silenzio come uno strumento, lo rende presente, sa come manovrarlo. Il brano cresce come un urlo graduale, si carica, va tirato su dalla gola.

Segue “Nicolas Neapolitan”. Chitarre stoppate, bassi profondi e secchi e accenni di synth. Lui ha un fare da musical, ha quel tipo di drammaticità dinamica e spettacolarizzata. Sa trascinare il pubblico nei suoi racconti e si china spesso verso di esso, lo cerca. Il brano non sembra che ci voglia lasciare andare, ha più tempi su quelle che sembrano conclusioni. Sembrano. Molta delicatezza e dosaggio, tra leggeri tocchi di piano e synth nella successiva “Rudy Rockingberg”.

Poi inizia a rompere il ghiaccio con il pubblico.Grazie mille, ciao Bologna, ciao. Ciao. Ciao. Ciao. Pronuncia termini casuali italiani come “pasta, spaghetti bolognesi”; è autoironico e ironico sui soliti stereotipi da dire per un cantante sbarcato in Italia. Spera che il pubblico non sia permaloso, Clementine, ma non credo che te ne freghi. Sa essere delicatamente strafottente. Le persone si emozionano non appena cita la “Lucio Dalla city”.  Meglio della “pizza e spaghetti”.

Entra un tremolo vorticoso e degli arrangiamenti che sanno di ingranaggi in “Toxicaliphobia”. Un brano un po’ spoken, semi parlato con degli arrangiamenti tra i più alternativi nel loro essere minimali. Lui trascina l’asta del microfono, ha l’attitudine e il peso del mondo sulle spalle di un fumoso crooner di ora. Sul finale si siede al piano, ascolta, prende tempo: riesce a governare il pubblico facendolo cantare ed entrare nella canzone come se ne fosse sempre stato parte, diventa un tutt’uno con la band. Clementine crede in quel che fa e sa farlo, sa manovrare cose come il silenzio e una centinaia di sconosciuti in pezzi non ancora conosciuti.

Si va su qualcosa di più ritmato con “Spare the Shakespeare”. Chitarra elettrica stoppata, un lungo intro con lui al piano seguito da un canto dall’inclinazione reggae. Il brano ha tante influenze note ma la miscela risulta fresca. Il finale esplode in qualcosa di più ritmato e urlato, direi più aggressivo. Ancora una volta fa cantare il pubblico, lo maneggia come parte dell’arrangiamento.

Arriva il momento della sedia. Quella nera di cui scrivevo. Benjamin si avvicina al piano e butta via lo sgabello. Il tecnico, quello che brontolava, porta la sedia, ma non bianca, no. Clementine, amante delle sedie bianche, dunque resta in piedi davanti al piano, ha un’aria solitaria, desolata. Il brano “Across the Garden Wall” ha dei suoni tra il barocco e l’elettronica. La dinamica voce del cantante fa esaltare il pubblico.

Un lungo intro di piano precede la turbata “Bird of Florence” che ha un che di “Sinner man” di Nina Simone. In verità diversi brani hanno questo mood. Noto solo ora che l’elegante Clementine è scalzo. Gioco di noise e chiude, quasi, per passare a un falsetto lirico.

Allora, dice in italiano e farfuglia qualcosa sulla Beatrice di Dante Alighieri finché non decide di giocare con una cimice e, tenendo il testo in mano, introduce something new and old, cantando un brano, solo chitarra e voce: “Adios” da “At Least for Now”, il suo primo album in studio del 2015 e incluso anche nell’ep “Tempus Fugit” del 2025.

Poi si mette al piano con sound da musica classica, un’orchestrazione a volte “sintetica” e fredda e un assolo hard rock in “Residue”, la prima traccia del disco “And I Have Been” del 2012. Dirige ancora il pubblico con più soluzioni di coro, anzi, “scegliete il coro”, dice, cambiando due parole del testo in italiano: “paura” e “insicurezza”. Il pubblico alternandole canta questi due termini e il tutto dura un 10 minuti. Il tempo che alcuni vanno a fumare fuori capendo che il botta e risposta va per le lunghe.

Siete contenti? chiede. Bevi, rispondono dal pubblico.
Baby? Where is the baby? replica il cantante e inizia a improvvisare una canzone al piano sul tema…baby. Clementine continua a pescare da alcuni brani del passato, quindi ecco “Delighted”, “God Save the Jungle” e “Condolences”. Il pubblico, stavolta non alle prese con inediti, non ha bisogno di essere istruito, entra subito nei pezzi. Un ultimo solo con “Sir Introvert” dall’album in uscita “Sir Introvert and the Featherweights” e “Sin of Michael Chin”. Benjamin congeda il pubblico con un gradito omaggio a “Caruso” di Lucio Dalla, cosa che manda in visibilio le persone presenti toccando un idolo a cui i bolognesi – e non – sono molto attaccati.

Il concerto? Aveva qualità e una spontanea umanità. Clementine è a suo modo un situazionista, sa improvvisare sul luogo in cui si trova, vedi la cover non facile di Dalla. Manca forse nella set list il brano che spezza e crea un primo e un secondo tempo allo spettacolo, ammesso ovviamente che sia volontà dell’artista creare questo cliché live. Restiamo in attesa di questo quarto atteso album i cui brani abbiamo assaggiato in questo tour.

Articolo di Mirko Di Francescantonio, foto di Giovanna Dell’Acqua

Set list Benjamin Clementine Bologna 22 marzo 2025

  1. Damn Abraham
  2. Nicolas Neapolitan
  3. Rudy Rockingberg
  4. Toxicaliphobia
  5. Spare the Shakespeare
  6. Across the Garden Wall
  7. Bird of Florence
  8. Adios
  9. Residue
  10. Delighted
  11. God Save the Jungle
  12. Condolences
  13. Sir Introvert
  14. Sin of Michael Chin
  15. Caruso (Lucio Dalla cover)
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